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Le grandi società vogliono i nostri dati

“Non confrontare te stesso con nessuno in questo mondo… se lo fai, starai solo insultando te stesso” (B. Gates, 1955 – vivente)

 

Se oggi qualcuno vi chiedesse quale è la ricchezza più grande a cui le mega aziende ambiscono, molti di voi non penserebbero mai ai nostri dati, personali ma anche semplicemente a quelli legati alle nostre tendenze e inclinazioni all’acquisto, orientamenti politici, tipi di hobby.

Molto spesso in maniera quasi distratta diamo l’autorizzazione alla registrazione dei nostri dati sui database delle aziende dove abbiamo fatto acquisti o solo visitato un sito per interesse o mera curiosità. Quante volte dopo questa semplice azione abbiamo cominciato a ricevere mail a volte newsletter con cadenza periodica da qualche compagnia, proponendoci offerte, nuovi prodotti o servizi e in maniera solo apparentemente innocente facendoci gli auguri per il nostro compleanno insieme a un gentile omaggio da ritirare allo shop se si fosse fatto un novo acquisto entro un determinato periodo.

Almeno una volta, sono sicuro, vi siete stupiti che avete parlato al telefono con un amico di un progetto di acquisto oppure digitato su google il nome di un prodotto/servizio ma anche a volte semplicemente pensato a un oggetto (quest’ultima è una forzatura, lo ammetto!) e dopo poche ore da queste azioni, mentre sul divano vi stavate rilassando alla fine di una lunga giornata di lavoro, scorrendo distrattamente le pagine del vostro social network preferito, vi sia capitata la pubblicità dell’oggetto dei desideri di cui avete innocentemente parlato, digitato o pensato il suo nome!

Il Grande fratello ci osserva!

Questo è il motivo per il quale le aziende ambiscono ad avere i nostri dati; se riescono a prevedere i nostri progetti di acquisto anche semplicemente i nostri propositi,  poter analizzare la mole di dati di questo tipo e capire dove e come si muove la volontà di acquisto, permette di pianificare meglio la produzione, forme, colori, design, modelli, misure tagliati per le esigenze specifiche ed essere i primi a poter proporre il dato oggetto al valore più competitivo. Algortimi sempre più potenti analizzano masse di dati sempre più grandi e sfornano risultati pronti all’uso da parte delle grandi realtà industriali e che hanno in mano la chiave di volta per aprire la stanza dei desideri delle persone.

Il risparmio che questa analisi a monte consente di consolidare nella fase di vendita è enorme: le campagne di marketing influenzano il consumatore, ma avere il polso della maturità della potenziale clientela, per capire come e quando questa comprerà, diventa fondamentale per gestire gli stock, potenziare un dato modello invece che un altro.

Invece delle intenzioni di voto, le intenzioni di acquisto…

Andando sulle piattaforme di shop on line quante volte vi è capitato di leggere il consiglio “Chi ha comprato questo oggetto, ha poi acqustato quest’altro”, con le immagini in sequenza di altri oggetti collegati al primo.

Se da una parte tutto questo diventa comodo per l’utilizzatore finale perchè può trovare prodotti a prezzi molto competitivi, senza problemi di fine giacenza e tempi di attesa lunghi, perchè domanda e offerta erano sbilanciate a vantaggio della prima, dall’altra il rischio è una standardizzazione che porta le masse a non avere più la capacità di scegliere liberamente ma in maniera subdola siamo guidati, condotti per mano da un regia occulta, silente che si muove alle nostre spalle e che influenza le nostre scelte.

Il consiglio è quello di mantenere le proprie identità, autonomia, indipendenza, capendo bene cosa veramente ci piace da cosa vogliano gli altri che a noi piaccia.

Non è un male farsi guidare, accompagnare in una scelta ma questo processo deve essere consapevole, non deve essere subdolo e motivato dal solo tornaconto di chi ricava profitti nella vendita di beni e servizi. A lungo andare questo processo di conoscenza delle preferenze degli utilizzatori, potrebbe portare a un grande potere da parte di chi possiede i dati e a un impoverimento (non solo economico) di chi subisce il processo di “sottrazione dei dati”.

Recentemente ho letto un libro (trovate il riferimento citato in bibliografia) dove si fa un’esplicita proposta di riconoscimento economico agli utilizzatori finali di una quota degli utili per i dati personali ceduti e che hanno generato profitti per le aziende a valle della loro elaborazione. In fondo è proprio grazie al nuovo “oro nero” dei big data, che le mega compagnie possono migliorare le loro performance di vendita e quindi parte di quegli utili devono essere ridistribuiti a chi ha permesso questo risultato: una specie di “dividendo degli utili per gratitudine”!

Cosa ne pensate?

Buona lettura.

Bibliografia: “15 proposte per la giustizia sociale”, Forum Disuguaglianze Diversità .,Il Mulino, 2019, pp 69-75

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Comments
  • Cristina FerranteLuglio 8, 2023
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    Buongiorno Daniele, ho sempre pensato che esistesse un “Grande Fratello” nella vita di tutti i giorni, sono pienamente d’accordo con tutto ciò che hai scritto e aggiungo….vuoi mettere l’emozione di osservare un oggetto dalla vetrina di un negozio, entrare ad osservarlo dal vivo e poi decidere di uscire per pensarci. Tornare il giorno dopo è non trovarlo più. E passare in ogni negozio di articoli simili per poi ritrovarlo e scoppiare di gioia! Con l’acquisto su internet tutto ciò sta diventando impossibile. Basta un click dal proprio divano. A volte vorremmo di più. Concordo Daniele, non perdiamo le nostre identità!

  • Daniele RosselliLuglio 20, 2023
    Rispondi

    Cristina, siamo ingegneri e quindi seguiamo l’evoluzione tecnologica con interesse sapendo che questa porta innegabili benefici all’umanità ma dobbiamo sempre rimanere vigili nel non allontanarci troppo da quella che deve essere una vita sociale fatta di contatti, legami, di rapporti di vicinato.

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